La coscienza della ferita.

A II 1703 taiteilija: Simberg, Hugo nimi: Haavoittunut enkeli ajoitus: 1903 mitat: 127x154 cm pääluokka: maalaus museo/om.: AT ; LV kokoelma: Ahlström kuvanro: 26001 valokuvaaja: Aaltonen, Hannu VTM, 1993 skannaus: laite:AgfaScanT5000+/PS6.0.1/ tå resoluutio: 300ppi

Un individuo puer, psichicamente, nasconde la sua ferita: poiché essa rivela il segreto che indebolisce questo stile di coscienza. Ha paura di sentire la propria incapacità; perché, quando, alla fine della storia, la ferita viene scoperta, essa uccide l’individuo in quanto puer. La ferita è la nostra propria mortalità. Ogni complesso ha il proprio sintomo, ha il suo tallone di Achille, il suo varco che introduce nell’umanità tramite un punto vulnerabile e tremendamente penoso, sia esso la capigliatura di Sansone o il cuore di Sigfrido.

La terapia deve toccare questo punto; deve smuoverci dalla bella ferita e introdurci nel dolore reale attuale. L’archetipo, va ricordato, generalizza, perché gli archetipi sono universali. Dunque, metti il chiodo al posto giusto! Entra nella menomazione, nello zoppicare, nel sanguinare; sonda proprio quell’organo – fegato, spalla, piede o cuore. In ogni organo c’è una potenziale scintilla di coscienza, e le pene liberano questa coscienza, rendendo consapevoli dello sfondo archetipico di quell’organo che, prima di essere ferito, aveva solo funzionato fisiologicamente come parte della natura inconscia. Ma ora la natura è ferita. La deprivazione della funzionalità naturale dà la consapevolezza della sua funzione. Ci accorgiamo per la prima volta del suo sentimento, del suo valore, del suo regno operativo. La limitazione indotta dalla ferita porta alla coscienza l’organo – come se conoscessimo una cosa soltanto quando la perdiamo, quando è limitata e in declino; come se la conoscenza data dalla morte fosse la conoscenza di ciò che una cosa psichica è in sé, del suo vero significato e della sua importanza per l’anima. Una coscienza “morente” viene liberata dalla ferita.

 

Dott. Marco Franceschini (Tratto da J. Hillman, Saggi sul puer)

Immagine: L’angelo ferito, di Hugo Simberg.

Volersi male. La ferita non rimarginata

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…Spesso, una delle cause principali di una ferita in chiunque di noi proviene dalla nostra difficoltà a perdonarci ciò che abbiamo fatto a noi stessi o che facciamo subire agli altri. Perché non ci riusciamo? Forse perché, semplicemente,  di solito non ci rendiamo neanche conto che ci vogliamo male…anche se spesso diciamo il contrario! Più è profonda la ferita da abbandono, più  ci abbandoniamo ossia ci trascuriamo, non ci diamo la giusta attenzione, anzi, al contrario, ci piace controllare l’altro, dare attenzioni all’altro, lo critichiamo appena ne abbiamo l’opportunità. Allora se  siamo così, dovremmo ASTENERCI dal fare del bene a qualcuno, risparmiamocelo! A meno che non siamo capaci di sopportare l’ingratitudine!! Ma ne dubito. Inoltre, ricordiamoci sempre che: RIMPROVERIAMO AGLI ALTRI TUTTO CIO’ CHE NOI STESSI FACCIAMO E NON VOGLIAMO VEDERE! Forse è per questa ragione che attiriamo a noi persone che ci mostrano che cosa noi facciamo agli altri o a noi stessi…

Dott. Marco Franceschini (stralcio di articolo)

UN CATECHISMO DEL CORTEGGIAMENTO?

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“…Bada soltanto che i baci rubati non feriscano i teneri labbruzzi, che non possa dolersi della loro irruenza. Chi ha raccolto dei baci se non raccoglie il resto si merita di perdere anche quello che prima gli era stato concesso. Quanto mancava dopo tanti baci a raggiungere il colmo dei desideri? Ahimè non fu pudore questo ma solamente rozza incapacità.Potresti dirla violenza,ma è una violenza gradita alle ragazze che spesso dicono d’aver concesso quanto loro desiderano a forza di dinieghi. Chiunque sia stata violata da un assalto improvviso d’amore ne gode,l’audacia vale quanto un regalo….”
Marco F. (Ovidio,L’arte di amare)

Gestire i litigi tra fratelli. Alcune regole

Young boy and girl in a fight

La conflittualità tra fratelli di per sé non è negativa, anzi  rientra in una normale esperienza evolutiva. Semmai, ciò che potrebbe destare preoccupazione è il fatto che la conflittualità/aggressività venga espressa in modo poco opportuno, oppure viene negata, come se fosse qualcosa da reprimere, quindi proibita. In realtà, per un bambino è di fondamentale importanza confrontarsi con  la conflittualità e l’aggressività, per esempio quando si tratta di imparare a riconoscere e quindi difendere i propri spazi, i propri bisogni, le proprie idee, ecc. Al riguardo diventa determinante il ruolo dei genitori nel far si che  la famiglia possa diventare una palestra dove i bambini imparano si, a condividere i propri spazi, ma  anche a far valere i propri diritti, a essere generosi e anche egoisti, perché entrambi gli atteggiamenti appartengono in modo naturale all’essere umano e sono funzionali alla sopravvivenza. La prima cosa è accettarli. Tutte le emozioni sono funzionali nella vita e non vanno negate.  Dall’etologia (studio del comportamento degli animali) sappiamo che i cuccioli giocano lottando ai fini dell’abreazione dell’aggressività. In altre parole sanno bene che nella loro vita, devono fare i conti con un compito che li accompagnerà per tutta la vita : conciliare l’istinto alla socializzazione con quello dell’aggressività.

Alcune regole utili per i genitori.

Evitare i paragoni
“Hai visto com’è stato bravo tuo fratello?”, “Sei sempre il solito prepotente! Guarda tua sorella invece come….”. Queste e altre sono frasi, non soltanto sono inutili e feriscono il bambino, ma minacciano la sua autostima e integrità psico-fisica, oltre ad alimentare la competizione tra i fratelli. E’ preferibile parlare con loro separatamente esprimendogli il proprio disappunto. Questo potrebbe essere un buon modo per dare a ciascuno la giusta attenzione, che spesso è il vero oggetto del contendere.

Essere arbitri neutri                                                                                                

E’ difficile rimanere neutri di fronte un litigio tra fratelli, ma bisogna sforzarsi ad esserlo. Bisogna mantenersi “esterni” lasciandoli litigare, almeno fino a quando non passano all’aggressività più fisica e ostile dove rischiano di farsi male seriamente.. Se poi i bambini sono piccoli, ancora in età prescolare e uno dei due è molto aggressivo, è consigliabile vigilare per impedire che il più debole venga picchiato. A questa età i bambini non hanno ancora la consapevolezza che i loro gesti possano avere conseguenze.

Chi l’ha detto che i bambini  devono essere alleati a “tutti i costi”?
Più esortiamo i bambini a “diventare amici”, a condividere i giochi, a fare tante cose insieme, (nella speranza che così litighino di meno…) più li metteremo in difficoltà, riproponendo proprio le situazioni che innescano i conflitti. Quando vorranno giocare insieme, i bambini lo decideranno da soli. Inoltre, credere che debbano andare d’accordo a tutti i costi è un vero e proprio pregiudizio che  nasce da un’ignoranza psichica e culturale. Ricordatevi che voi non avete scelto di avere un fratello o una sorella, un cugino o una zia, al massimo potete scegliere i vostri amici!

Non cercate un colpevole
Se intervenite per interrompere un litigio tra fratelli cercate di evitare assolutamente di mettervi nel ruolo del giudice che sentenzia il colpevole e l’innocente. Tale atteggiamento (tra i più sbagliati e financo pericolosi) alimenterà maggiormente nel tempo la rivalità tra i fratelli. Limitatevi a far cessare lo scontro se lo reputate eccessivo e pericoloso per la loro incolumità fisica.

L’importanza degli spazi autonomi
Tra i più frequenti motivi di litigio, troviamo l’invasione degli spazi personali, ad esempio la televisione,  il videogioco, il bagno, l’uso della scrivania, dei vestiti, ecc. E’ importante quindi che ognuno di loro abbia il proprio abbigliamento, un suo spazio fisico e temporale e stabilire con chiarezza ciò che va condiviso e con quali modalità e regole.

Le emozioni vanno espresse e non soffocate
Questa importantissima regola vale tanto per i bambini quanto per gli adulti. Bisogna imparare a vedere i litigi come un’opportunità per incanalare la rabbia e l’aggressività che inevitabilmente si accumula nel corso dei giorni. Piuttosto ciò che sarebbe più utile è aiutare i bambini a poter esprimere la loro rabbia senza ricorrere necessariamente alle mani. Ricordatevi che l’aggressività è innata, quindi è una funzione psichica naturale.

 

E se la situazione degenera?                                                                                                                                                    Se ad un certo punto litigio tra fratelli degenera in urla e botte, allora la cosa migliore da fare è quella di dividerli senza incalzare verbalmente o peggio con le mani, in quanto gli arriverebbe un messaggio paradossale, cosiddetto schizofrenogenico. Inoltre perdereste in credibilità e rispetto. D’altronde come potete essere credibili se voi ricorrete alle botte per porre termine ad un litigio dove loro usano le botte? Inoltre, se volete far passare il messaggio che le botte sono vietate e riprovevoli, come pensate di poterci riuscire se poi le usate anche voi? Non vi sembra paradossale?

Stabilire e formulare regole chiare e farle rispettare
È fondamentale stabilire regole che riguardano la gestione degli spazi in casa, degli oggetti, degli orari dei pasti, della condivisione, e così via. Ciò che è importante, non è tanto preoccuparsi se una regola è sbagliata o meno, quanto piuttosto che sia chiara, sensata e farla rispettare. Così ad esempio, si può stabilire che: è vietato picchiarsi; insultare e offendere;  rompere gli oggetti; fare scenate in luoghi pubblici; ecc

Dott. Marco Franceschini.

Sogno e realtà.Una questione di confine.

FB_IMG_1449750757888Vorrei tentare di abbozzare una risposta al seguente quesito: chi stabilisce il confine tra sogno e realtà? Mi rendo conto che ogni risposta, ammesso sia possibile rispondere, riflette l’equazione personale ed epistemologica di ognuno di noi. Non ho la pretesa di rispondere, semmai di lanciare un sassolino in uno stagno che vedo come un oceano. Innanzitutto il confine viene stabilito dalla nostra capacità di movimento psichico che ci consente di avere una prospettiva mercuriale e non dicotomica della vita e dell’universo. In questo senso l’archetipo funzionale sarebbe Ermes. Per esempio, l’epistemologia occidentale distingue due forme dell’essere e del conoscere, due mondi: il mondo sensibile (fisico e materiale) e il mondo intellegibile (la conoscenza intellettuale, se così si può dire), insomma, un pensiero dicotomico e polare, fatto di opposti. Sappiamo che gran parte del pensiero junghiano, ruota intorno a questa visione di opposti. Ma vorrei spingermi oltre, perché secondo me, questa visione pone un serio problema, ossia, come mettere in relazione queste due forme o universi? A tal proposito ci viene in aiuto la filosofia persiana con il terzo universo o forma del conoscere, ovvero il mundus imaginalis, il mondo immaginale e dei corpi sottili, dove è vero, manca la fisicità ma è pur sempre presente una forma. Riassumendo abbiamo: 1) una forma sensibile, percepibile con i cinque sensi; 2) una forma intellegibile, percepibile con il pensiero; 3) forma immaginale che mette in relazione le prime due. Questo mondo immaginale, intermedio rappresenta in qualche modo un universo di corrispondenze (aventi una figura, un colore, estensione, profumo, risonanza) quindi fatto ad immagine e somiglianza del mondo fisico che però non rientra nella fisica pura, non hanno fisicità, ma allo stesso tempo differente dal mondo intellegibile puro, fatto di concetti e non di forme, mentre nel mondo immaginale è come se fossimo in quel confine dove le forme intellegibili prendono corpo e forma, laddove allo stesso tempo le forme sensibili perdono il loro peso dato dalla fisicità, si spiritualizzano, pura materia senza il fisico. Questo mondo noi lo viviamo anche nei sogni, soprattutto durante la fare R.E.M. Ovviamente parlare del mundus imaginalis vuol dire parlare di tutte le immagini archetipiche e mitologiche che solo attraverso la cosiddetta “immaginazione attiva” si possono vedere in relazione tra loro. Per comprendere questo bisognerebbe com-prendere il significato del ta’wil che nella filosofia sufista persiana vuol dire: ricondurre qualsiasi cosa alla sua origine, in altre parole al suo archetipo. Allora, con lo spirito del Ta’wil, dove ogni immagine può essere ricondotta alla sua fonte, nel mondo di “Hurqalya”, potremmo far risalire questa visione dicotomica, SOGNO O REALTA’, nel mundus imaginalis, dove il “corpo si spiritualizza” e allo stesso tempo “lo spirito prende corpo”, così da liberare l’uomo stesso dall’egemonia della visione polare e dicotomica dell’Io, riunendola in una sigizia? Da questa premessa epistemologica, ritengo che il confine tra sogno e realtà lo stabilisce Ermes (da erma, le pietre miliari che segnavano i confini delle strade) ovvero la nostra capacità immaginativa attraverso la quale potremmo essere in grado di riconoscere che la realtà della vita diurna non è affatto più reale di quella notturna. Ermes si muoveva con disinvoltura tra il mondo celeste e divino, e quello infero, attraversando quello terreno. E’ come chiedersi se è più reale il giorno o la notte e cercare di tracciarne il confine. La notte oscura per l’anima, la possiamo vivere anche durante il giorno e al contempo immergersi in immagini solari di notte!! Inoltre, chi può dimostrare che la psiche/anima appartiene all’uomo? Personalmente, tale convinzione mi sembra una forzatura e presunzione da parte dell’uomo occidentale che manipola la natura a sua “immagine e somiglianza”. No, è l’uomo che appartiene alla psiche/anima, così come vi appartengono le piante, gli animali, le acque, ecc. Allora potremmo forse dire che l’anima/psiche vive la propria realtà nei sogni sotto forma immaginale, ma si materializza nella vita diurna, e nella concretezza di quest’ultima. Allo stesso modo, l’Io del sognatore che vive nello spazio-tempo diurno si dissolve nel sogno per vivere nella realtà dell’anima…

Dott. Marco Franceschini

Endometriosi. Una lettura psicologica.

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L’endometriosi sembra in continuo aumento ed oggi è tra le prime cause di sterilità femminile. Si tratta della mucosa dell’utero che si posiziona all’esterno rispetto a dove dovrebbe posizionarsi e nonostante ciò, continua a partecipare agli eventi mestruali. Per cui, durante il ciclo mestruale, dal momento che tutto ciò rende difficile lo smaltimento della mucosa, è facile avere dolori mestruali (dismenorrea),ma anche dolori durante i rapporti intimi. L’endometrio superfluo che normalmente viene trasportato all’esterno insieme al flusso mensile, in questo caso invece blocca alcune zone, causando l’arresto del flusso e della mucosa con conseguente infiammazione. In che modo la mucosa arrivi nei luoghi sbagliati, la medicina convenzionale lo ignora quasi del tutto. Comunque, l’impressione che ne risulta è quella di una formazione benigna di metastasi che però non cresce in maniera espansiva ed invasiva come il cancro. Nel caso dell’endometriosi, simbolicamente si tratta di una femminilità inconscia nel luogo sbagliato e quindi pericoloso. Qui la donna mette in pratica le proprie regole in posti dove sono fuori luogo e dove danneggiano soprattutto se stessa. L’interessata rivolge la sua femminilità contro se stessa. L’evento patologico insegna anche che le attività tipicamente femminili costringono il polo opposto (polo maschile) ad entrarci nel punto sbagliato. Gli effetti collaterali della femminilità su di un piano errato, sono per l’organismo indomabili e lo smaltimento dei prodotti di scarto dello scambio ritmico della mucosa è spesso possibile solo chirurgicamente (polo maschile). La chirurgia d’altronde esprime al massimo la medicina d’azione, un’attività archetipicamente maschile. Se ci riflettiamo si tratta di una femminilità “impazzita”, nel senso dell’endometriosi costringe quindi a ricorrere ad interventi chirurgici che asportano il “tessuto femminile”, per rendere la vita della donna sopportabile! I frequenti dolori durante il rapporto sessuale dimostrano i conflitti esistenti in quest’ambito (femminile). Il suo bacino grida , per così dire, aiuto, quando un uomo vi penetra! Inconsciamente lei questo  non lo vuole e alla fine lo impedisce. A questo proposito sarebbe senz’altro più salutare, tenere lontano, in modo consapevole, da sé, dal proprio corpo, ossia dal proprio bacino, gli “invasori maschili”. La dismenorrea dimostra inoltre quanto dolorosamente sia percepito il tributo di sangue maschile. La sterilità, che spesso ne risulta, le dimostra fino a che punto lei blocchi la fecondità archetipicamente femminile. Se lei continua a murare chiudendo il suo bacino a figli e prima ancora agli uomini, si sottrae inconsciamente ad un compito archetipico femminile. Questo lo dovrebbe fare preferibilmente in modo consapevole, anche in modo offensivo, se non altro per risparmiarsi tutti gli strapazzi che derivano dal mettere in scena i sintomi fisici.  Insomma, ci può essere il sospetto che essa dedichi troppo poco tempo al lato femminile (inteso psichicamente: ad esempio, vedi il mito di Psiche e Eros), cosicché questo diventi talmente forte e compaia dovunque per forzare la dedizione, che gli è stata negata spontaneamente. Qui c’è qualcuno che soffre per le regole femminili ed inoltre l’unico maschile che può “entrare” liberamente…è il chirurgo! Sappiamo, che per quanto riguarda l’Isteria, questa sindrome trova giovamento quando si lavora sul piano del femminile in psicoterapia; al riguardo, l’endometriosi potrebbe anche essere vista come una forma d’isteria della sensitività non vissuta e della vulnerabilità sprofondata nel corpo. L’antica teoria secondo la quale l’isteria si produceva  attraverso l’utero (dal greco hystera) vagante liberamente nel corpo, assume sul piano dei principi primari, un aspetto interessante. In fondo, nel caso dell’endometriosi, la mucosi uterina sparpagliata va a finire perfino nel cervello. Questo può essere inteso come un forte grido d’aiuto nell’organismo che chiede una presa di coscienza della propria femminilità. Colpita dall’endometriosi(e non solo) è anzitutto la donna piuttosto attiva, che si appella spesso al polo maschile d’azione (animus), il quale non si fa pregare e mette in gioco tutto il suo arsenale di metodi tecnici (polarità maschile), dall’endoscopia all’ecografia, fino alla biopsia e l’intervento chirurgico (attività simbolica maschile per eccellenza!). Le pazienti in genere, tranne poche eccezioni, non hanno quasi per nulla intenzione di avvicinarsi alla conoscenza della psiche (polo femminile). Anche in questo caso, si palesa quanto sia estraneo il mondo femminile.

Dott. Marco Franceschini (tratto da: Dr. Volker Zahn, Professore di Ginecologiaall’Ospedale Elisabeth Krankenhausdi Straubing (primo ospedale ecologico della Baviera. Dr. Rudiger Dahlke, medico nel Centro Terapeutico di Johanniskirchen) )

Psicodramma analitico-archetipico di gruppo.

parnaso_mantegnaLa parola psicodramma deriva da psiche (anima) e dramma (azione). Lo psicodramma analitico è una metodologia psicologica finalizzata allo sviluppo personale, che consente all’individuo di esprimere, attraverso l’atto parlato e il gioco recitato, le diverse dimensioni della sua vita psichica. lo psicodramma è una delle tecniche più versatili, impiegabile in moltissimi contesti. Come metodologia terapeutica può essere usato in qualsiasi tipo di setting, dall’individuale alla coppia, al gruppo; può essere molto utile per la comprensione delle dinamiche affettive e lavorative delle istituzioni, delle organizzazioni, delle scuole, per la formazione del personale e come strumento di supervisione in disparati ambienti di lavoro (scolastico, sanitario, sociale, aziende).

Lo psicodramma, che si svolge in gruppo in un ambiente protetto e riservato, coperto da segreto professionale, permette di sviluppare strumenti e strategie non solo per far fronte al sintomo, ma anche e soprattutto per individuare gli immaginari che ne sono alla radice.

Lo psicodramma analitico-archetipico è una psicoterapia di gruppo che si propone di favorire nei singoli partecipanti e nel gruppo stesso, inteso come unità complessa di diverse identificazioni, la creazione di uno spazio psichico contenitivo. Durante l’esperienza del gruppo l’utilizzo del gioco permette di delimitare e conoscere la dimensione inconscia, le relazioni e le identificazioni, rendendole più fluide e consapevoli. Il gioco è utilizzato per ri-vitalizzare le esperienze personali, che vengono messe in scena attraverso sogni o frammenti significativi della vita dei partecipanti. I vari teatri situazionali della psiche, che spesso restano tanto intrecciati tra loro (ma anche a volte divisi e/o confusi), possono generare proiezioni dei vissuti emotivi sugli scenari reali che vengono deformati consentendo la ripetizione delle esperienze come traumatiche e producendo l’emersione delle varie sintomatologie psichiche e somatiche. Tali confusioni e deformazioni proiettive vengono smascherate e viste in tutta la loro evidenza grazie al potente strumento della drammatizzazione; i copioni obsoleti e non funzionali vengono riformulati creativamente grazie anche al contributo della ricca dinamica gruppale che fornisce nuovi punti di vista e immaginari alternativi. La riflessione e l’insight sono favoriti, inoltre, dalla possibilità di entrare in contatto con parti ancora ignote di sé, e dalla loro rinnovata relazione vengono generate nuove e più ampie possibilità di esistenza.

Lo psicodramma analitico-archetipico, oltre ad essere una delle principali psicoterapie per migliorare la capacità di gestione delle emozioni, è soprattutto una metodologia ideale per favorire il processo di individuazione, inteso come emersione e differenziazione di quanti più personaggi possibile che abitano la nostra psiche totale e che possono essere dapprima conosciuti e successivamente armonizzati, grazie all’utilizzo di una metodologia che lavora continuamente tanto sul gruppo concreto quanto su quello intrapsichico, affinché entrambi funzionino come tale e nessuno dei membri di ciascun gruppo venga trascurato, schiacciato o soffocato, liberando dalla sofferenza associata a tali situazioni. Nello psicodramma analitico non si curano disturbi psichici, ma si liberano dalla loro etichetta di malattia i modi di essere della psiche conscia e inconscia, personale e collettiva (nel linguaggio junghiano), che prendono forma e si nutrono grazie alla metodologia dell’amplificazione, che dà più ampio respiro, fa sentire meno soli, riscalda al calore della cultura e riporta la psiche nella sua propria acqua, restituendo alle nostre modalità assurde e folli, neglette o bizzarre, la loro naturale base immaginale. Grazie all’ambiente protetto del setting terapeutico, il mistero della psiche cessa di essere spaventoso, e diventa un mondo affascinate da esplorare. Tutte le energie spese a reprimere, non sentire, fuggire da noi stessi possono essere di nuovo messe a disposizione dell’individuo per realizzare il suo destino.

L’utilizzo della tecnica dello psicodramma all’interno della cornice teorica archetipica parte dal presupposto che le immagini sono le forme basilari della vita psichica, aventi origine autonoma. La psiche è fatta di immagini, la mia vita è immaginale e l’io è un’immagine tra le altre. Le immagini non dipendono dal soggetto, bensì il soggetto ne fa parte e ne deriva il proprio comportamento. Questo viene espresso nel teatro del sogno in cui il soggetto partecipa come un personaggio tra gli altri e dialoga con essi. La drammatizzazione è da considerare una realtà simile a quella onirica, una realtà di immagini che lavora sulla psiche strutturandola. La terapia come drammatizzazione ha l’effetto di dare forza alle immagini. “Nel dramma dei nostri sogni, tutti noi, anche se facciamo parte del pubblico, siamo sulla scena, attori tutti quanti, tutti quanti persone oniriche” (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero)

“Il pezzo che viene messo in scena non vuole essere solo guardato con imparzialità, ma costringe alla partecipazione. Se lo spettatore capisce che è il suo dramma che si sta rappresentando sul palcoscenico interiore, non può restare indifferente alla trama e al suo scioglimento; si accorgerà via via che gli attori si succedono e che l’intreccio si complica. […] Si sente perciò costretto, o viene incoraggiato dal suo analista, a prendere parte alla recita.” (J. Hillman, Le storie che curano)

Dott. Marco Franceschini (tratto da Atanor, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia –  Scoppito (Aq))

 

Il perdono, il sale della saggezza

                                                                                                     Perdonare non vuol dire per forza che dobbiamo dimenticare il torto perdono11subito, anzi, è ricordo del torto subito, trasformato all’interno di un contesto più vasto, ovvero, come ha detto C. G. Jung, il sale dell’amarezza trasformato nel sale della saggezza. Una saggezza , Sofia, che, una volta ancora, rappresenta un contributo del femminile al maschile, in grado di fornire quel contesto più vasto che la volontà da sola non sa raggiungere. La saggezza di cui parlo è quell’unione di amore e necessità, dove finalmente il sentimento può riversarsi liberamente nel nostro destino, riconciliandoci con ciò che ci è accaduto. Così come la fiducia conteneva il seme del tradimento, il tradimento contiene in sé il seme del perdono.

Dott. Marco Franceschini (tratto da J. Hillman)