Amore oggettuale.

Quando10593220_742544499114728_1351139647793201207_n qualcuno ci desidera, la nostra esperienza soggettiva non coincide più con la nostra individualità,ma con il nostro essere carne e una tale trasformazione avviene attraverso il desiderio. Questa esperienza rappresenta anche un pericolo per l’Io e questo potrebbe spiegare come mai si ha paura di essere oggetto della bramosia dell’altro. “Essere trasformati in oggetto dimostra che un essere umano può dividere la sua vita con noi, significa che qualcuno può farci vivere la sua brama. In fondo, anche nelle condizioni più evolute dell’esistenza psichica c’è un desiderio mai risolto, che probabilmente ha le sue radici genetiche nell’infanzia, di essere considerati degli oggetti, così, come, probabilmente, ci hanno considerato i genitori al momento della nascita. Questo antico richiamo ce lo portiamo dentro. (Carotenuto A., Eros e Pathos).

Malattia come strumento di guarigione.

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In francese, malattia si scrive maladie, ma Michel Montaud (medico-chirurgo francese) sottolinea che si può scrivere anche ‘mal a dit’ (male ha detto). Per cui, quando la malattia tace, vuol dire che è stato integrato dalla persona ciò che la malattia aveva da comunicare, per cui si è guariti. Altrimenti continuerebbe a parlare. Quando si dice che il messaggio è stato integrato, non si intende che è stato compreso a livello solo cognitivo. Contrariamente a quanto si pensa, ovviamente la coscienza non si trova nella testa, ma in ogni singola cellula del nostro corpo. Più cellule formano un tessuto, diversi di questi un organo, più organi formano un sistema e così via fino all’organismo completo. Per questo ci sono diversi livelli di funzionalità psico-fisica integrati tra di loro. Edward Bach (quello dei fiori per intenderci), in una conferenza affermò che: “liberata da ogni connotazione di cattiveria e crudeltà, questa appare come lo strumento scelto dall’anima per segnalare uno smarrimento per impedire di cadere in errori più gravi e per ricondurci sul cammino della verità e della luce, dal quale non ci sarebbe mai dovuti allontanare”. Evidentemente E. Bach, vede la malattia come uno strumento scelto dall’anima per aiutare l’essere umano e non una punizione divina.

Dott. Marco Franceschini

Il padre anziano. Riscoprire la stoltezza.

Una volta chiesi ad un signore anziano perché non avesse salutato il vicino di casa incontrato in una circostanza conviviale. Risposta: ”Non l’ho mai potuto sopportare”. Talvolta rimproveriamo il nostro anziano padre per la sua 10168032_819091054793405_4379593973450311355_nstoltezza. I nostri padri anziani, hanno la “licenza” a non dover essere ipocriti. Per loro le convenzioni perdono di importanza. Come afferma Guggenbuhl-Craig (psichiatra junghiano): “la persona anziana non è obbligata a diventare stolta, ne ha facoltà. Vogliamo a tutti costi che nostro padre, nonostante l’anzianità, continui ad essere attivo, a muoversi costruttivamente e razionalmente. Non sia mai che lo “pizzichiamo” a oziare in poltrona o su una panchina dove il suo sguardo si perde coltivando i ricordi. Allora facciamo di tutto per “attivarli”. Se non tornano a essere utili per la società con attività anche banali, allora diventano ai nostri occhi, dei poveri malati di depressione senile, ai quali nel migliore dei casi va offerta compassione. Ma questo è un nostro pregiudizio. Il padre anziano può anche continuare a lavorare, ma l’importante che lo fa senza scopo; non per guadagnare o per mantenere una posizione di prestigio sociale, ma solo per ricavarne piacere! Se l’immaginario del padre anziano e un po’ stolto venisse invece valorizzato, non avremmo più figli che si vergognano quando il padre si mette a sparlare e esporre idee che non hanno più senso (per noi) da cinquant’anni. Malattie, acciacchi e, infine, la morte, hanno il permesso di riempirli di paura: l’obbligo di dimostrare eroismo non è più richiesto. Per un padre anziano, la paura e la stoltezza non deve essere una vergogna! Lasciamoli dunque di “essere pazzerelli in piena libertà”.

Dott. Marco Franceschini

Gabbia mentale e violenza.

11074590_820348984667612_4723452770829470089_nLa violenza può essere estrovertita cioè vissuta ai danni dell’ambiente circostante, oppure introvertita, che nel migliore dei casi si manifesta, a livello psicosomatico con reazioni allergiche. Tutto ciò ha origine dal fatto che abbiamo la tendenza a reagire anche violentemente a ciò che minaccia la nostra libertà, quindi sopravvivenza. In questo senso, credo che i pregiudizi talvolta, rappresentano una vera gabbia mentale perché minacciano la nostra libertà di pensiero, di conoscenza e di esplorazione del nuovo, costringendoci dentro un movimento psichico limitato. Ciò spiegherebbe perché la persona violenta è spesso una persona con una gabbia mentale,ma che non sa di avere,da qui, la rabbia che sfocia in atteggiamenti violenti.

Marco Franceschini

La via della croce.

Nessuno può elevarsi al di 11136733_825648987470945_1320654540057488164_nsopra di se stesso se non ha prima puntato contro di sé la sua arma più pericolosa. Chi voglia elevarsi al di sopra di sé scenda in basso e si faccia carico di sé e trascini se stesso fino all’ara sacrificale.Ma quante cose devono accadere a un uomo prima che egli si renda conto che il successo esteriore visibile, che si può toccare con mano, è una via sbagliata! Quali sofferenze devono colpire gli uomini prima che essi rinuncino a saziare sul prossimo la loro brama di potere e volere che tocchi sempre All’altro! Quanto sangue deve ancora scorrere prima che agli uomini si aprano gli occhi per vedere la loro personale via e il proprio nemico, finché non si rendano conto di quali siano i loro veri successi! Tu devi poter vivere con te stesso, non a spese del tuo vicino! L’animale del gregge non è il parassita di suo fratello né il suo tormentatore. O uomo, hai persino dimenticato che anche tu sei un animale. Ma credi ancora che si stia meglio là dove tu non ci sei. Guai a te, se anche il tuo vicino la pensa allo stesso modo. Ma puoi essere certo che lo fa. Qualcuno deve pur incominciare a non essere più infantile….Che il tuo desiderio trovi soddisfazione in te stesso. Al tuo Dio non puoi offrire in sacrificio cibo più prelibato di te stesso….
Dott. Marco Franceschini (tratto da: C. G. Jung, Il Libro Rosso).

Processo di individuazione. Rinunciare all’arroganza.

11051947_842529909116186_6850591151508593952_nSappiamo che per compiere il proprio processo di individuazione, è necessario, tra le altre cose, integrare l’Ombra. Condizione necessaria diventare persone più “complete” e consapevoli delle immagini che costituiscono la psiche stessa. Individuazione che, alla Neumann maniera vuol dire tendere all’asse Io-Sé, dove l’Io cede il predominio a favore di una visione più completa (Sé). Ma quali potrebbero essere i presupposti? Sono diversi e complessi, ma tanto per cominciare ritengo che per poter assimilare l’Ombra, è necessario rinunciare all’arroganza, adottando quindi un atteggiamento reverenziale nei confronti delle immagini che abitano l’Ombra stessa.

Dott. Marco Franceschini

Il fuoco che brucia il fuoco.

Molti analizzandi e/o pazienti chiedono al loro terapeuta consigli su cosa fare per evitare di soffrire. Ma molto spesso le rispos11051900_10206011519998581_3896457631540981943_nte che vengono date dall’analista e/o dallo psicoterapeuta, sono difficili da accettare. Come scrive la M.L. Von Franz, rifacendosi al pensiero degli antichi alchimisti: ”La risposta è che il fuoco deve bruciare il fuoco”, cioè a dire che bisogna bruciarsi nel proprio fuoco ovvero nelle proprie emozioni, fintanto che queste diventano meno forti e quindi più accettabili. Ciò non può essere evitato. Non a caso il fuoco veniva usato per disinfettare; così come il corpo che alza la temperatura per tentare di uccidere un virus. Così, dobbiamo sopportare il fuoco, affinché questo non abbia neutralizzato le impurità. Occorre sopportare la sofferenza finché: “La non-conoscenza o l’umidità corruttibile sia stata consumata tutta dal fuoco”. Allora, chiedere all’analista o ad altri di risparmiarci la sofferenza con qualche tecnica innovativa, è, come afferma sempre la Von Franz: “infantile e non serve a nulla….Adottare nei confronti del paziente un atteggiamento banalmente consolatorio è un errore, perché in tal modo lo si allontana dal calore bruciante, dal luogo dove si sviluppa il processo individuativo”… e di crescita.

Dott. Marco Franceschini

Cosa vuole l’amante?

“…Chi si accontenterebbe di un amore che si desse come pura fedeltà all’impegno preso? Chi accetterebbe di sentirsi dire: ‘1613856_912043192164857_8696679347811509006_nTi amo,perché mi sono liberamente impegnata ad amarti e perché non voglio contraddirmi.Ti amo per fedeltà a me stessa?’. Così l’amante chiede il giuramento e si irrita del giuramento. Vuole essere amato da una libertà e pretende che questa libertà come libertà non sia più libera. Vuole insieme che la libertà dell’altro si determini da sé a essere amore – e questo, non solo all’inizio dell’avventura, ma a ogni istante – e,insieme, che questa libertà si imprigioni da sé, che ritorni su se stessa, come nella follia,come nel sogno, per volere la sua prigionia. E questa prigionia deve essere insieme rinuncia libera e incatenata nelle nostre mani. Nell’amore,non si desidera nell’altro il determinismo passionale o una libertà fuori portata: ma una libertà che gioca al determinismo passionale e che aderisce al suo gioco. E, per quanto lo riguarda, l’amante non pretende di essere la causa di questa modificazione radicale della libertà , ma di esserne l’occasione unica e privilegiata”.Evidentemente, cosa esige l’amante,secondo Sartre? Non di agire propriamente sulla libertà della sua amata, perché riconosce la libertà dell’altra anzi la desidera. No, l’amante desidera, forse, diventare l’oggetto che delimita il campo di questa libertà, quindi nelle parole di Sartre,vuole essere il”limite oggettivo” di questa libertà, il limite che essa deve accettare per essere libera.
Buona riflessione!
Marco F. (tratto da: J.P. Sartre, L’essere e il nulla)

Il linguaggio della pelle… Storia della nostra personalità.

11700945_868598599842650_8884029779642971177_nLa pelle è il confine della nostra sfera individuale, ma è anche quel medium altamente sensibile che ci permette di entrarvi in con-tatto per realizzare gli scambi indispensabili a ogni processo vitale. Bisogna ricordare che la pelle è il più sensibile dei nostri organi, il primo mezzo di comunicazione, il più efficiente dei nostri mezzi di protezione. Inoltre, il senso più importante del nostro corpo è il TATTO !! Il contatto corporeo è la forma più antica di comunicazione sociale. Se privato della mediazione tattile, il bambino sarà deprivato di strategie di conoscenza della realtà circostante, minando il senso di sicurezza interiore. Non solo, perché come dimostrano gli esperimenti condotti in alcuni paesi europei e soprattutto in Germania e Inghilterra, (purtroppo), il bambino deprivato del tatto, muore entro l’adolescenza! Date queste premesse, possiamo ammettere che la corporeità è soprattutto comunicazione: è il luogo privilegiato di tutto l’esprimersi della persona; come dice Galimberti:“in ogni gesto c’è tutta la mia relazione col mondo, il mio modo di vederlo, di sentirlo, la mia eredità, la mia educazione, il mio ambiente, la mia costituzione psicologica” e, aggiungo io, la mappa della mia vitalità. I problemi della corporeità sono essenzialmente i problemi della comunicazione.
Dott. Marco Franceschini

Telepatia o Disturbo Post-Traumatico?

All’interno dello scritto “Il Bambino Mal Accolto e la Sua Pulsione di Morte” (1929), Ferenczi osserva che il trauma è causato dai desiFerenczideri consci e inconsci dei genitori, (proiettati sui bambini), anticipando una linea teorica che verrà ripresa in Francia cinquant’anni più tardi da Piera Aulagnier, nel suo contributo sullo spazio identificatorio a cui ogni bambino perverrà nel processo di crescita. Se parecchi autori hanno, sulla scia di Ferenczi, certamente focalizzato l’effetto traumatico dei fallimenti ambientali precoci (Spitz, Winnicott, Searles), la concezione che Ferenczi prospetta è fortemente innovativa perché la ricaduta patogena del trauma viene da lui estesa prendendo in considerazione soprattutto i desideri e gli investimenti parentali. Ferenczi noterà l’ipersensibilità di certi pazienti alle reazioni dell’altro, analista incluso e la loro conseguente capacità di “comprendere” le persone che le circondano quasi in modo telepatico. Questo punto è stato successivamente sviluppato da una delle sue allieve, Fanny Hann, che in uno studio approfondito sui fenomeni telepatici farà riferimento, per spiegarli, alla percezione da parte del bambino o del paziente, di una carenza di investimento libidico, di cui la propensione telepatica sarebbe un meccanismo sostitutivo.
Winnicott nel 1949 ritornerà su questo e altri punti introdotti da Ferenczi nel formulare la sua concezione teorica, soprattutto nel suo libro “The Mind and its Relation with the Psiche-Soma” (1949).
Marco Franceschini (tratto da: Marco Franceschini, “Ferenczi, l’enfant terrible della psicoanalisi, ed. Alpes)